La Costituzione oltre le sbarre: il diritto all'istruzione nel racconto di un nostro studente maturando

In concomitanza con l'avvio degli Esami di Stato, pubblichiamo un contributo che proviene dalla sezione carceraria della nostra scuola, presso la Casa Circondariale di Pontedecimo.
Uno studente, che nei prossimi giorni affronterà il colloquio di maturità, ha dedicato la prova finale di Educazione Civica all'Articolo 33 della Costituzione, approfondendo il tema del diritto all'istruzione insieme alla docente di Diritto.
Nell'appendice alla sua tesina ha racchiuso alcune considerazioni personali sull'impatto che lo studio ha avuto sulla sua vita e sul significato del percorso scolastico all'interno di un istituto di pena.
Ritenendo che le sue parole offrano una testimonianza chiara e preziosa sul valore della scuola e sulla funzione della pena, ve le proponiamo di seguito integralmente:


“In carcere il tempo sembra fermarsi. Le giornate sono tutte uguali e spesso si finisce per pensare che niente possa più cambiare davvero. Quando sono entrato qui dentro, pensavo che la mia vita fosse ormai segnata per sempre dagli errori che avevo commesso. Mi sentivo definito soltanto dal mio reato, come se non ci fosse più spazio per essere altro. Poi ho incontrato l’istruzione.
All’inizio studiare mi sembrava inutile. Mi chiedevo a cosa potesse servire leggere un libro, seguire una lezione o imparare qualcosa di nuovo mentre ero chiuso in queste mura. Ma con il tempo ho capito che la scuola in carcere non serve solo a riempire le ore: serve a ridare dignità a una persona. Quando studio, inizio di nuovo a ragionare, a pormi delle domande, a vedere la possibilità che prima non riuscivo nemmeno a immaginare.
L’istruzione mi ha aiutato a guardarmi dentro con sincerità. Attraverso i libri e il confronto con gli insegnanti ho imparato a capire meglio me stesso, i miei limiti, ma anche le mie capacità. Per molti detenuti il carcere è un luogo dove si perde fiducia in sé stessi; invece studiare mi fa sentire ancora una persona capace di crescere. Mi restituisce una parte di libertà mentale che nessuna cella può togliere.
Un’altra cosa importante è che l’istruzione insegna rispetto: rispetto per gli altri, per le regole e per il valore delle opportunità. Molti di noi fuori non abbiamo avuto la possibilità di studiare seriamente oppure abbiamo abbandonato troppo presto la scuola. In carcere alcuni riscoprono per la prima volta il piacere di imparare. E questo può davvero cambiare il modo di vedere il futuro.
Credo che la cultura sia uno degli strumenti più forti contro la recidiva. Una persona che studia costruisce nuove possibilità per quando uscirà: trovare un lavoro, comunicare meglio, sentirsi parte della società invece che escluso da essa. Senza prospettive è facile tornare agli stessi errori; con un’istruzione, invece, nasce la speranza di una vita diversa.
Per me la scuola in carcere non è stata soltanto un obbligo o un passatempo. È stata un’occasione per ricominciare. Mi ha fatto capire che un uomo non coincide solo con il peggio che ha fatto nella sua vita, ma anche con la volontà di cambiare e migliorarsi. E forse è proprio questo il senso più profondo della pena: non solo punire, ma dare a una persona la possibilità di diventare migliore.”